L’impatto psicologico e sociale dell’Arte

Come e Quanto l’Arte ci influenza?

Ognuno di noi, visitando un museo o una galleria d’arte, si sarà imbattuto, almeno per una volta, in un’opera d’arte che abbia catturato in maniera particolare la sua attenzione e che abbia suscitato in lui emozioni e pensieri, più o meno definiti, ma comunque intensi. L’esperienza derivante dalla fruizione di un artefatto artistico è assai complessa e racchiude al suo interno una pluralità di risposte, risultanti dalla combinazione dell’elaborazione di tale esperienza a livello percettivo, cognitivo, emotivo, sociale. Studiare in maniera scientificamente fondata tale agglomerato è l’obiettivo che si prefiggono discipline quali la Psicologia dell’Arte e la Neuroestetica.

 

Ma quell’insieme di sensazioni, così nette ed intense, che si provano dinanzi a “Giuditta e Oloferne” la straordinaria tela dipinta nel 1602 da Caravaggio, o quando invece ci si trova seduti al cospetto di Marina Abramović durante la performance del 2010 “The Artist is Present”, sono stati transitori oppure permane in noi, nel corso del tempo, una traccia di quell’esperienza?

 

Prendendo avvio da queste domande, nel 2017 è stato disegnato dalla psicologa Simona Carniato, in collaborazione con la dottoressa Alice Chirico, uno studio di estetica cognitiva volto ad indagare alcune componenti dell’esperienza di fruizione artistica e della loro permanenza nei soggetti a distanza di tempo. I risultati dello studio sono stati poi presentati nel 2018 presso il MIT di Boston, in occasione della settima conferenza internazionale Mindcare, e presso la Brown University (Rhode Island, USA) in occasione del colloquio “The World Is Feminine” e sono stati pubblicati l’anno successivo.

 

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Avvalendosi di una metodologia a Metodo Misto (Mixed-Method), nella quale le caratteristiche distintive di un approccio squisitamente qualitativo vengono combinate a quelle peculiari dell’analisi quantitativa, sono stati analizzati alcuni aspetti di particolare rilievo della performance Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back dell’artista nigeriano Jelili Atiku, che si è svolta all’apertura della 57esima edizione della Biennale di Venezia del 2017.

 

Biennale Arte 2017 – Jelili Atiku (performance)
Biennale Arte 2017 – Jelili Atiku (Tavola Aperta)

Nella 57esima Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo VIVA ARTE VIVA, l’arte assume il ruolo di ultimo baluardo a difesa dell’essenza più autentica e pura dell’essere umano e l’atto artistico si configura contemporaneamente come “atto di resistenza, di liberazione e di generosità”, come precisato da Christine Macel, curatrice dell’Esposizione. In un tale contesto, profondamente ispirato all’umanesimo, il dialogo fra artisti e fra questi e il pubblico diventa cifra distintiva dell’evento artistico e l’arte si fa connessione fra i principi di individualità e comunità.

 

Performance Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back di Jelili Atiku. Immagine by Elephant.art
Performance Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back di Jelili Atiku.
Immagine by Elephant.art

Nella performance presa in esame, Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back, le 72 donne protagoniste, di ogni nazionalità ed età, sono state coinvolte profondamente nell’interazione con l’artista e nella creazione stessa dell’atto artistico; cosa e quanto è rimasto in loro di quella specifica esperienza? Le sensazioni, le emozioni, i pensieri nati in quel particolare contesto artistico risultano integrati, a distanza di tempo, nella loro più ampia esperienza di vita?

 

Nella parte qualitativa dello studio sono stati indagati, tramite un’intervista in profondità, gli aspetti più complessi attinenti alle sfere dell’emotività e della cognizione, presenti nelle varie fasi dell’esperienza artistica.

 

Nella parte quantitativa della ricerca sono stati invece somministrati ai soggetti, nell’immediato dell’esperienza e a distanza di sei mesi da questa, alcuni questionari già validati scientificamente al fine di misurare il loro grado di coinvolgimento (engagement) nella performance, la qualità e l’intensità degli stati affettivi provati e quanto il livello di coinvolgimento nell’esperienza abbia impattato sulla loro vita.

 

È utile sottolineare che tale metodologia a metodo misto può essere utilizzata in contesti apparentemente distanti dall’ambito artistico, come ad esempio quello della comunicazione e del marketing. Questi contesti sono infatti accomunati nella loro struttura essenziale dalla presenza di una relazione triadica del tipo creatore-artefatto-fruitore, all’interno della quale, al di là delle peculiarità di ciascun ambito, si riscontrano dinamiche e processi analoghi.

 

Ma torniamo alla nostra ricerca. Analizzando i dati raccolti, non sono state rilevate variazioni significative nei parametri misurati nel momento immediatamente successivo alla performance e a distanza di sei mesi da questa; ciò suggerisce che gli effetti cognitivi ed affettivi scaturiti dall’esperienza artistica persistono nel tempo.

 

L’interazione diretta con l’artista e la partecipazione attiva alla performance ha permesso alle partecipanti di cogliere ed elaborare i significati fondamentali e più complessi della creazione artistica; l’elaborazione, a livello cognitivo ed affettivo, di tali significati ha dato origine ad un ricordo positivo dell’esperienza, che si è conservato e consolidato nel tempo, e che ha a sua volta generato nuova conoscenza ed engagement.

 

 

Performance Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back di Jelili Atiku

Tale processo porta inevitabilmente ad una riflessione: il valore dell’arte risiede probabilmente nel suo potere generativo. L’elemento di maggior interesse emerso da questo studio è proprio la forza della pervasività dell’esperienza artistica, intesa come capacità di quest’ultima di originare nel futuro determinati comportamenti, anche comportamenti in apparenza non direttamente connessi ad essa.

 

L’esperienza vissuta dalle partecipanti durante la performance Mama Say Make I Dey Go, She Dey My Back risulta essersi integrata nella loro più ampia esperienza di vita e avere una determinata influenza sulle loro azioni; proprio in questo passaggio l’esperienza artistica cessa di avere un valore esclusivamente soggettivo e personale e si connette ad una dimensione collettiva, sociale. Il ricordo dell’esperienza artistica si delinea pertanto non come un elemento cristallizzato, ma piuttosto come un seme che, in un terreno fertile, può dare vita a nuove riflessioni, pensieri, opinioni, azioni.

 

L’arte diventa in questo senso occasione per un continuo confronto e scambio intellettuale, una forma per comunicare, discutere, rinnovare idee, fonte di ispirazione per nuove modalità non solo di pensiero, ma anche di azione. E proprio in ciò risiede l’aspetto più rivoluzionario e sovversivo dell’arte. Per dirla con le parole dell’illustre teorico economico e sociale francese Jacques Attali, “Un’opera d’arte non può essere positiva. È sempre inquieta e ribelle. Le opere d’arte sono positive nell’ispirazione che danno” (dalla sua intervista contenuta nel volume “2050. Breve storia del futuro”, 2015, GAMM Editore).

 

Scritto da Francesca Minucci. Revisionato da Dott.ssa Simona Carniato.

 

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