Suicidio Maschile. Succede… MA-A-KI Succede?
In Italia si registrano ogni anno circa 4000 morti per suicidio (Istituto Superiore di Sanità), molti di questi sono suicidi maschili.
L’anno scorso, un caro amico si è suicidato e mi sono imbattuta in emozioni difficili e ricerche per capire e prevenire questa epidemia silenziosa dei suicidi maschili.
Il suicidio maschile: un’epidemia silenziosa
In Italia, quasi l’80% dei morti per suicidio sono uomini, con un rapporto di genere che è andato aumentando linearmente nel tempo.
Nel Regno Unito, dove è attiva la ricerca e la campagna nazionale di prevenzione al suicidio, il maggior tasso di suicidi si registra tra gli uomini tra i 40 e i 44 anni.
Si parla troppo poco della problematica, e spesso si esaurisce il discorso con “succede…”, è proprio questo che rende l’epidemia “silenziosa”…
Ma è importante capire a chi succede e perché.
Fattori di rischio
Il suicidio si conferma come la risultante di diversi potenziali fattori di rischio a livello di contesto sociale, economico e relazionale del soggetto, oltre che biologici, individuali, come indicato dall’OMS.
Il suicidio è quindi un comportamento complesso a cui è associata tutta una serie di fattori di rischio.
È di estrema importanza comprendere i fattori di rischio associati al suicidio per prevenirlo. Ecco alcuni di questi fattori di rischio:
- Precedenti tentativi di suicidio
- Problematiche di salute mentale – depressione (che si manifesta spesso con irritabilità, rabbia o ostilità)
- Problemi di relazione
- Isolamento sociale
- Essere oggetto di bullismo
- Un trascorso di dipendenza e abuso di sostanze
- Problemi di salute fisica o disabilità
- Avere accesso a farmaci o a armi
- Aver subito di recente un lutto (di un parente o un amico)
- Il suicidio di un parente o di un amico
Perché i maschi si suicidano?
Purtroppo la causa precisa per cui è maggiore il numero di uomini che si tolgono la vita rispetto alle donne è ignota. Il dibatto in materia rimane molto accesso, ma abbiamo una conoscenza limitata del problema, e al momento i dati che possediamo sono di difficile interpretazione.
La minor resilienza degli uomini di fronte ad “eventi critici” è anche rilevabile dal fatto che si osserva un aumento esponenziale di suicidi a partire dai 65 anni di età, in corrispondenza con l’età al pensionamento.
Una ragione per questa relazione tra genere e suicidio è che gli uomini si rivolgono di meno a professionisti per chiedere aiuto e parlano meno di frequente della loro depressione e dei loro pensieri suicidi.
Spesso il suicidio maschile è legato a fattori esterni, come una malattia, un fallimento sul lavoro e/o un pensionamento forzato. Di conseguenza, spesso, piani di prevenzione del suicidio non prendono in considerazione fattori interni o psicologici come sentimenti, difetti personali o problemi relazionali.
Di recente c’è stato un sensibile aumento di suicidi tra gli uomini in età più avanzata.
È possibile che questo sia dovuto al fatto che la loro depressione non sia riconosciuta come tale da parte dei professionisti sanitari. Infatti, malattie cardiache possono causare sintomi depressivi ed alcuni farmaci hanno come effetto collaterale la depressione, e i professionisti sanitari tendono a concentrarsi su questi problemi piuttosto che sulla salute mentale.
È stato suggerito che l’inferiore tasso di suicidio femminile sia dovuto al fatto che le donne siano più attrezzate a gestire emozioni complesse, e che abbiano strategie più flessibili degli uomini per resistere alle difficoltà.
È stata anche avanzata l’ipotesi che gli stereotipi di genere portino gli uomini ad internalizzare i propri sentimenti e che questo li allontana dal cercare l’aiuto di cui hanno bisogno.
Prevenzione del suicidio
Purtroppo ci sono ancora molte difficoltà a recuperare dati relativi al suicidio, anche nei Paesi dove ci sono campagne di prevenzione al suicidio in atto, come nel Regno Unito, e questo ha un impatto notevole sulla nostra capacità di capire il fenomeno del suicidio maschile.
C’è dunque un grande bisogno di attenzione da parte delle istituzioni anche in Italia per capire e ridurre il tasso di suicidio maschile.
C’è bisogno di parlare di suicidio, di capirlo e di intervenire a livello psico-sociale e non solo sanitario.
È necessario porre fine all’idea che i maschi, fisicamente più forti, non possano mostrare debolezza psicologica.
Il filo che lega tutti i fattori di rischio per il suicidio è l’incertezza e la perdita di speranza per il futuro: ma il suicidio si può prevenire se si riesce a intervenire sulla sofferenza psicologica e a ridare speranza ai soggetti in crisi.
Strategie e piani di prevenzione del suicidio maschile dovrebbero essere volti alla sviluppo e consolidamento di abilità personali necessarie a resistere ai problemi che si presentano.
Il semplice consiglio di parlarne o cercare aiuto non è efficace nell’affrontare il problema del suicidio maschile: le cause delle motivazioni che portano al suicidio dovrebbero essere identificate, capite e affrontate.
Dire agli uomini di chiedere aiuto non basta. Dobbiamo esplorare la questione più a fondo e intervenire.
C’è bisogno di chiarire che il suicidio non è la giusta soluzione permanente a un problema temporaneo.
Dobbiamo parlarne e scavare più a fondo e prenderci del tempo per capire meglio questo problema. C’è bisogno di ulteriore ricerca in materia di suicidio maschile.
Cosa si può fare?
Solamente rompendo il silenzio attorno al suicidio maschile possiamo costruire una consapevolezza pubblica e possiamo implementare strategie con le quali mettere a fuoco questa epidemia.
Inoltre, devono essere considerati anche gli effetti destabilizzanti sui “survivor“, cioè coloro che sono stati colpiti da un lutto in seguito ad un suicidio, perché presentano più frequentemente senso di colpa, e sentimenti di rifiuto e abbandono rispetto a lutti per cause naturali.
Nonostante la prevenzione del suicidio sia stata individuata come obiettivo prioritario dai maggiori organismi internazionali, solo pochi Paesi nel mondo hanno sviluppato una strategia nazionale per la prevenzione del suicidio, come nel Regno Unito l’interessante campagna CALM.
L’Italia non ancora. L’Istituto Superiore di Sanità è da anni impegnato nello studio dei fattori di rischio del fenomeno suicidario con l’obiettivo di fornire ai decisori politici informazioni di qualità.
Quest’anno la campagna The Lost Hours Walk di CALM invita ad affrontare il dolore in modo diverso per ricordare il proprio caro suicida: camminare in silenzio, contro l’essere soli e contro il vivere miseramente.
“Ovunque tu sia, e se hai perso qualcuno a causa del suicidio, se hai lottato con il tuo benessere mentale o vuoi rompere il silenzio attorno al suicidio, fanne parte. È ora di camminare contro il suicidio”.
Io andrò in un bosco.
Ciao Maki!
Chiedere aiuto in caso di emergenza
Se si sente in crisi o pensa di poter fare del male a se stesso o ad altri, dovrebbe contattare immediatamente il suo medico o rivolgersi ad uno specialista della salute mentale o all’ospedale più vicino. Consulti la pagina Emergenza.
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